E’ passato quasi un anno da quando, su questo sito, abbiamo iniziato ad interessarci, dialogando, delle infrastrutture e delle politiche che ruotano intorno al mondo della energia rinnovabile e, nella fattispecie, degli impianti fotovoltaici. Ad un anno di distanza, solo pochi mesi dunque, qualcosa sembra già essere cambiato: la coscienza con la quale l’uomo comune si approccia al problema della produzione di energia pulita, indipendente dai signori del petrolio e del gas, indipendente anche dall’industria militare che tanto anela al nucleare (leggi potenza atomica).

Ebbene, un elemento che manca alla nostra discussione è quello della ricerca scientifica, cui il neo presidente degli Stati Uniti, Obama (vedi nostro articolo del mese di dicembre 2008: Obama cambia rotta verso l’ambiente), sta dando il proprio imprinting, finanziando con 75 milioni di dollari (da spendere in due anni) proprio le forze militari, invitandole a ricercare nuove fonti energetiche per basi e mezzi. A breve sorgerà in California il più grande campo fotovoltaico militare del mondo, composto da pannelli solari per 500 megawatt.

Dicevo: la ricerca. Le nuove tecnologie ci spostano dalle cave di silicio e di quarzite, fin sotto l’ombra degli alberi boschivi dove, tra muschio e sporgenti radici, affiorano i frutti di bosco. I nuovi sistemi di conversione dell’irraggiamento solare in energia passano proprio dalla polpa di mirtilli and company, i cui pigmenti (antocianine contenute anche negli spinaci) sono in grado di assorbire le radiazioni solari e, mediante un processo molto simile alla fotosintesi, producono energia che successivamente viene catturata da elettrodi per essere veicolata verso la rete.

Recentemente anche il nostro governo ha finanziato questa ricerca con sei milioni di euro concessi al centro sperimentale di Tor Vergata, anche se siamo ancora molto lontani dalla industrializzazione di questo prodotto, per la bassa resa che caratterizza, al momento, le celle vegetali (efficienze intorno al 1% contro il 15% del silicio). Mi viene però già in mente come potrebbe chiudersi un ciclo produttivo di energia, mediante serre fotovoltaiche sotto le quali sia possibile ricreare l’habitat necessario per le coltivazioni di frutti di bosco, da utilizzare nuovamente per la produzione di altre serre e, quindi, di nuova energia.

Vi è un ulteriore vantaggio, perché il prodotto fotovoltaico derivante dalle celle organiche può essere anche utilizzato in forma liquida o di vere e proprie paste, tipo quella del dentifricio. La proiezione della ricerca prevede che questo genere di prodotto possa, perciò, essere utilizzato anche con tecniche del tipo di quelle usate nella stampa, sotto forma di inchiostro con notevole risparmio di tempo e di costi produttivi e con la possibilità di applicazioni molteplici anche su materiali flessibili, come carta e tessuti.
Una volta commercializzata su scala industriale, la cella fotovoltaica organica dovrebbe costare intorno ai 2 Euro per watt, contro gli attuali 3,8 Euro.

Lorenzo Lo Vecchio

Pubblicato venerdì 20 febbraio 2009 da Staff Progema